lunedì 29 febbraio 2016

Genitori e figli :l' erba voglio non cresce nemmeno nel giardino del re

Questo mi dicevano gli adulti quando usavo il verbo "voglio". Mi dicevano ' si dice vorrei'.
Negli anni 70 circolavano ancora queste tendenze educative rinunciatarie  e castranti per la personalità infantile, ben lontane dalla filosofia motivante individuo-centrica  alla Steve  Jobs che va adesso.
Nell'ambito dei dibattiti attualmente in circolazione sulle adozioni gay e sulla maternità surrogata, sul diritto alla genitorialità  sono rimasta scandalizzata non tanto dalla diversità delle opinioni espresse in merito, ma dalla violenza e dalla protervia con le quali vengono suffragate a discapito di qualsiasi forma di ragionevolezza.
Errori già commessi nel passato, quando le ragazze madri erano costrette dalla società e dal perbenismo ad abbandonare i loro piccoli negli istituti, come se tali istituti potessero dare loro maggiori garanzie affettive ed educative.
Parliamoci chiaro: un bambino cresce meglio in istituto o in un ambito più ristretto e  familiare?
Non penso che qualcuno possa sostenere che sia meglio l'istituto e se così fosse vorrei conoscere le sue ragioni. Un ambito familiare nella storia umana è sempre stato variegato.Sole donne o soli uomini (poniamo, un bimbo orfano che cresce con zii o cugini più grandi), soli anziani o mamme e papà, tutto è capitato e i bambini si pigliano quello che trovano, l'importante è l'affetto e la stabilità a loro data, poco importa da chi. Un bambino non nasce con il concetto di papà e mamma grazie a Dio, non ha aspettative tranne che per l'affetto, senza il quale cresce con gravi carenze documentate a livello medico.
Mi sembra di essere rimasta nel campo dell'indiscutibile, sinora.
Allora qual è il problema? Perché non semplificare un pò il dibattito partendo da questi concetti cardine del benessere infantile?
Stiamo litigando tutti a proposito del dito che indica la luna, senza più guardare la luna. Si litiga su schemi, etichette, stigmatizzazioni, dimenticando la sostanza.
L'argomento mi preme molto: io stessa sono cresciuta in una famiglia anomala, mamma se ne era andata quando ero piccolissima, sono casi non frequenti ma comuni.
Sono stata frutto di un legame extraconiugale e mio padre non mi poté riconoscere senza rischiare il carcere per bigamia e concubinaggio.Allora era così. Avvocati che si arrampicarono sui vetri ed una ex moglie (di fatto, non c'era il divorzio ancora) abbastanza comprensiva mi evitarono l'istituto.
Della mamma ho sentito la mancanza solo perché ,crescendo, gli altri mi fecero pesare la sua (astratta) assenza con la loro pena ed il loro sconcerto, sennò la mia famiglia erano mio padre, i miei fratelli ed una coraggiosa nonna che non si tirò mai indietro.A me bastavano loro. Andava bene così.
A scuola la festa della mamma coi relativi temi in proposito mi ha sempre creato un filo di imbarazzo. Insomma mi sono accorta della mancanza di mia madre solo perché me lo faceva notare la società, là fuori, delle convenzioni ed etichette.Allora mi facevano scrivere di mia nonna. O di mio padre.In un tema alle elementari scrissi che mia mamma era mio papà, destando un sacco di spasso.
Scrissi che mia mamma, essendo anche papà, non si truccava né portava i tacchi. Dio le risate.
Certamente ero quella diversa, ma con il sostegno di mio padre appunto, che era fiero di me, ho tollerato questi disagi. Ho tollerato anche il disagio che conseguiva dal non essere battezzata e cattolica ( mio padre era un "fervente" ateo), notevole in quegli anni."Sei come un animale, non andrai mai in paradiso" mi disse una volta un prete a scuola.E da quel momento mi parve che il paradiso fosse solo un locale per stronzi. Ore e ore fuori alla porta o in altre classi durante l'ora di religione, perché la mia mente non fosse piegata dai dogmi, secondo mio padre . Avevo una tale fiducia ed ammirazione nel mio genitore che avrei anche tollerato di andare a scuola  anche travestita  o con il terzo occhio disegnato sulla fronte.. Era mio padre che diamine, un vero padre con le sue idee ma amorevole ed autorevole.Era tutto per me.
Insomma dopo questa infanzia ora vedo cinquant'anni dopo scatenarsi questo pandemonio; cavolo sono stata un'avanguardista.
Questa mia escursione nel passato solo per testimoniare che , sì, è vero, conta solo l'amore per quanto stravagante possa essere una situazione di nascita.Ed io ho avuto l'amore imperfetto che hanno i bambini fortunati. L'amore perfetto è solo divino. A proposito, non mi sono convertita mai per la storia del paradiso, ma credo fortemente negli insegnamenti di Gesù. E leggo i vangeli.
Ma rimane un punto che mi desta interrogativi. Non credo che le  leggi degli uomini potranno mai legiferare efficacemente in merito,sia per le risse in Parlamento ed anche   perché ritengo che sia una questione eminentemente morale e quindi soggetta alla coscienza individuale. Potranno fare tutte le leggi che vogliono fra mille litigi , ma se una donna decide di vendere le proprie funzioni  genitali ed altri vorranno comprarle che sia a titolo di prostituzione che  di surrogazione di maternità  troveranno  entrambi il modo di aggirarle. Quindi non parlo di leggi, ma di  riflessioni in merito.
Vorrei solo far notare che si finisce sempre su questo punto. Sulle funzioni genitali femminili "oggetto "e sul bambino preteso come tale. Oggetti. La meccanica della riproduzione.Dal piacere al parto. L'unica certezza che ho è che si dovrebbe promuovere una lunga e seria riflessione in merito. L'unico obbligo, pensare, pensarci bene, a lungo. Donne e bambini vanno amati, non posseduti, e i maschietti, qualsiasi tendenza sessuale abbiano, cadono ancora spesso in questa "interpretazione", come fanno anche le donne, abituate da secoli  all'eventualità, se serve, di mettersi in vendita.
Chissà se queste compravendite saranno soggette all IVA.
Dai tempi dell'antica Grecia non è che le cose siano cambiate molto, fra uomini e donne, che noia.




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